Come nasce un papà

Come nasce un papà

Ore 6:00 del mattino, il silenzio di casa è interrotto dal suono di un pianto, mia moglie non è al mio fianco sul nostro letto. Prima di alzarmi dal letto cerco di capire quali possono essere le ragioni di quel pianto: qualcosa è andata storta al lavoro, qualche mio comportamento non gradito, una discussione con la sorella, tutto troppo banale per giustificare quelle lacrime; un modo di piangere mai sentito prima.

Guardo il comodino di mia moglie e mi accorgo di una scatola aperta, scruto bene e mi accorgo che si tratta di un test di gravidanza. Ci provavamo da 4 mesi ad avere un figlio, pochi o molti non saprei, sta di fatto che in quei quattro mesi sembrava che le persone sapessero che ci “stavamo dando sotto” e per una sorta di sesto senso a chi parlava con noi scappava sempre la frase: “non bisogna avere fretta, prima o poi arriverà il vostro momento”. Più si puntualizzava la cosa più aumentava quel senso di pressione al petto. Prima di fare l’amore sarebbe servita una seduta con lo psicologo per un aiuto ad eliminare tutti i pensieri negativi finalizzati alla riuscita dell’atto.




Ecco, mentre ascoltavo quel pianto tutti questi pensieri mi balenavano in testa. “Cazzarola! – pensavo – anche questo mese nulla, rimango a letto facendo finta di continuare il mio sonno o vado a consolare mia moglie”. Decido di alzarmi dal letto, con pensieri nefasti e gambe pesanti cerco di darmi un tono per mostrare a mia moglie un senso di tranquillità. Entro in bagno. Lei è seduta sul water, è in lacrime, prima che potessi esprimere il mio discorso di incoraggiamento, lei mi anticipa guardandomi dritto negli occhi: “Amore, diventerai Papà”. Qualche secondo e a piangere siamo in due. “DIVENTERAI PAPA’”, due semplici parole che racchiudono il senso di una vita.

In quel momento hanno inizio i mesi di preparazione al diventare Papà. Nove mesi in cui insieme a figure importanti come i nonni, nonne, zie e zii, colpiti da un senso di rincoglionimento acuto si partecipa alla crescita morale dei due co-protagonisti del futuro nato: la Mamma e il Papà.

La Mamma diventa tale dal primo momento in cui sente il bisogno di effettuare un test di gravidanza perché “sente qualcosa”, in quel momento inizia un percorso consapevole in cui la simbiosi con il proprio bimbo/bimba è totale. Dalle nausee iniziali, alle chiacchierate alla pancia intermedie, fino all’interagire con la pancia in movimento di un bimbo che si muove come un pazzo, si diventa mamma dal primo istante dei 9 mesi di vita in grembo del bambino. Per il papà è diverso.




Dall’emozionante “diventerai papà” iniziano 9 mesi in cui non sentiamo nulla in grembo, veniamo spostati come fossimo “cose” da un negozio all’altro alla ricerca degli innumerevoli, e costosi, oggetti di cui avrà bisogno il bambino, partecipiamo alle innumerevoli visite del ginecologo di famiglia che nel tentativo di prepararci ad eventuali problematiche di gravidanza ci invita “a non affezionarci all’idea se non dopo i 4 mesi”, veniamo coinvolti nella miriade di attività di coppia rappresentati dai corsi di preparazione al parto.

E il papà è lì, in prima linea, che come uno zombie partecipa passivamente a tutte queste attività che raggiungono il culmine quando nostra moglie ci chiede di parlare ad una pancia affinché il tuo bambino ti possa riconoscere, e così ti presti all’esperimento del “ciao amore mio sono Papà” e…….. “silenzio”.

Iniziano a diventare enormi i complessi che ti portano a pensare che il problema del mancato trasporto sia tu, inizi a pensare perfino che quel figlio non si meriti un padre così asettico, sintetizzabile in due parole: “non pronto”. Non parli a nessuno del tuo disagio e nessuno può insegnarti come si diventa padri. E nel frattempo il tempo passa via velocemente, le ore diventano giorni e i giorni diventano 9 mesi.




Ore 04:30 del mattino, il silenzio di casa è interrotto da due parole: “cavolo, Emilioooo!”. Nel dormiveglia penso che non sono la prima parola ma che la seconda parola sta chiamando proprio me. Mi alzo dal letto, corro in bagno, è lei, mia moglie, la mamma di mio figlio, è seduta in quel water in cui tutto ha avuto inizio. Guardandomi dritto negli occhi mi dice: “è il momento di andare in ospedale, del liquido sta annegando le mutande, dobbiamo fare presto”.

Improvvisamente tutto sembra prendere una forma, 9 mesi di azioni passive cominciano ad avere un senso chiaro nella tua testa. Quei corsi in cui pensavi di dormire ad occhi aperti iniziano ad avere un senso, cosa fare e come farlo, è tutto chiarissimo. Arrivi in ospedale come un siluro e in men che non si dica tua moglie è già in camicia da notte. In quella stanza di ospedale, su quel letto, che ascolterà le più disumane parole, lei è li con il macigno di chi ha la grossa responsabilità di portare a casa il risultato e che in cambio ha bisogno di una cosa sola: che il proprio marito, compagno, partecipi con lei all’evento più importante della vita, la nascita del figlio.

La persona al tuo fianco, quella Compagna, quella Moglie ti insegnerà di cosa sia in grado di fare una Donna. Fin dal primo momento ti rendi conto che sarà dura, che dovrai assecondare ogni contrazione preparandoti per quella successiva, che dovrai aver paura mantenendo la tranquillità perché è solo quello l’aiuto che puoi dare.

Ti trovi a cacciare genitori e parenti che in quel momento vogliono dare una mano ma è un momento troppo intenso, doloroso e unico per poterlo condividere con persone diverse dai famosi co-protagonisti di questo splendido film: la mamma e il papà.

E quindi ancora una doglia e un’altra ancora, dilatazione 5,6,7,8 è il momento di andare in sala parto. Indossi il camice perché in quel momento è troppa la voglia di stare al fianco della mamma e compagna di vita. Ginecologo, ostetrica, anestesista sono tutti lì, ti rendi conto che è il momento. SPINGI! DAI, SPINGI! Cavolo quanta forza che ha questa donna, potrebbe mai un uomo sopportare tutto questo, me lo chiedo in un senso mistico di ammirazione. E ancora, SPINGI, DAI CHE CI SIAMO, LA TESTA È FUORI, UN ULTIMO SFORZO, SPINGI!!.

A un tratto la quiete, spezzata da un pianto, un pianto che non hai mai sentito prima, quello di tuo figlio. Lo guardi, passi alla mamma, torni a guardarlo, nel frattempo le lacrime hanno il sopravvento sul tuo volto e ti rendi conto che in quel momento è nato un papà. Con 9 mesi di ritardo rispetto alla mamma nasce in quell’uomo la consapevolezza di essere diventato padre. Guardi tuo figlio pensando che nulla nella tua vita ti appartiene come quell’esserino che avvolto tra le tue braccia ti infonde un senso di responsabilità che mai hai provato prima.

Lei sta bene, i medici in sala parto si complimentano con i genitori per la bellezza messa al mondo, e così con fierezza al petto e gli occhi pieni di lacrime esci in sala per condividere la gioia con i cari che fino a quel momento erano state soltanto comparse. Sugli scudi, di fronte a parenti, amici e curiosi, lei, la donna, la mamma, protagonista indiscussa di questo atto d’amore; il piccolo, frutto dell’amore di una coppia, e infine arrivo io: È NATO UN PAPA’.

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