Educare i figli? “Impariamo l’arte dell’ascolto”

«Educare i figli mettendoci in una relazione franca con i bambini, stare in un rapporto autentico pensando che hanno delle loro preferenze, dei gusti … diversi da quelli degli adulti. Dobbiamo imparare l’arte dell’ascolto, dice Debora Stenta, doula e formatrice»

Educare i figli? Impariamo l'arte dell'ascolto

Crescere un figlio. Una vera sfida. Dopo le emozioni del parto, dell’arrivo del bebè, del passaggio dalla diade alla triade bisogna aiutare a stare nel mondo questa piccola creatura. Le aspettative degli adulti non sempre si concretizzano perché il bimbo è un mondo nuovo e a sé con il quale il genitore deve interagire. Nelle mamme cresce l’angoscia e le domande: sto facendo bene, è giusto quello che faccio per loro, riesco a comunicare con mio figlio, sto formando una personcina che sa mettersi in relazione con tutti? Parliamo di “educazione” con Debora Stenta, doula, formatrice che si occupa di  MusicArTerapia e come si definisce lei stessa collega dei bambini.




Quando il bambino compie un anno di vita improvvisamente inizia a manifestare il proprio carattere senza filtri e senza limiti. In una relazione familiare, in un dialogo con mamma e papà è necessario mettere delle “regole” Ma come si fa a stabilire quali sono giuste e quali sbagliate?

«Mi piace tantissimo l’impostazione della questione: “In una relazione familiare, in un dialogo con mamma e papà, è necessario mettere delle regole”. È proprio il genere di ribaltamenti che piace fare a me, in quanto posta in questo modo è come se parlassi dal punto di vista del figlio che si interroga sul mettere delle regole al comportamento dei genitori. Mi spiego meglio.

I bambini, così competenti nella capacità empatica, così pieni di voglia di cooperare, di
contribuire al bene comune e così dotati di intelligenza emotiva, sono comunemente
sottostimati dagli adulti e quindi poco tenuti in conto quando si tratta di stabilire delle
regole di convivenza.
Personalmente sento che il focus non è tanto stabilire regole giuste o sbagliate, perché la
giustezza è un concetto molto soggettivo. Mi concentrerei di più sul processo con il quale
si stabiliscono le regole.
Si parla molto dell’importanza dei limiti e delle regole con i bambini, di come insegnarle o
di quanta fermezza sia necessaria nel farle rispettare, ma poco si parla dell’importanza di
fare eccezioni, trasgredirle in modo consapevole, o di cambiarle quando esse sono
ingiuste o poco funzionali.
Allargando poi la prospettiva, sembra che la funzione di porre dei limiti, dei confini, dei
paletti, sia una delle più rilevanti nella relazione tra adulti e bambini: il focus si concentra
prevalentemente sul concetto di separazione invece che sulla ricerca dei punti di contatto. Tutta questa attenzione a questo aspetto normativo fa inevitabilmente perdere il gusto di cosa può scaturire di meraviglioso nella relazione tra adulti e bambini».




Ma possiamo parlare di “regole” o questa parola non è consona all’ambiente familiare?

«Non c’è nulla di male nello stabilire degli accordi per rendere la convivenza più armoniosa, lo facciamo anche tra adulti, in coppia con il nostro partner, sul lavoro…, ed è quindi utilissimo anche nel caso di convivenze tra adulti e bambini. L’ambiente familiare, così come tutti gli altri ambiti della vita, può comprendere la parola “regole”, e può anche essere arricchito da altre parole, come “amore”, “empatia”, “gioco”, “piacere”, “co-creazione”, “integrità”, “allegria”…

Una parola che mi piace molto è “responsabilità”, ossia l’abilità nel rispondere in base a una propria scelta.

Focalizzarci sul rispetto delle regole di per sé rimane un obiettivo riduttivo se prima non ci impegniamo in un lavoro insieme ai bambini, un lavoro che non è così scontato come potrebbe sembrare: quello che ci porta a sviluppare la capacità di riconoscere i propri bisogni e le proprie emozioni in tutte le loro infinite sfumature, e di esprimerli. Solo dopo questo processo abbiamo creato il terreno adatto per educarci all’arte di negoziare le regole e produrre decisioni assieme ai bambini.

Quali strumenti abbiamo per capovolgere convinzioni e concetti educativi con cui siamo cresciuti e che trasmettiamo ai nostri figli? Essere insieme ai propri figli presenti e in ascolto è quanto di più utile ed efficace, e ci può riconnettere alla nostra capacità innata di stabilire un contatto profondo con loro».




Gestire uno o più bambini non è facile. I piccoli hanno esigenze precise e noi adulti abbiamo le nostre. Spesso i genitori vorrebbero che i figli seguissero i loro orari:dormissero quando loro devono lavorare da casa, stessero a giocare in un preciso angolo della casa, mangiassero in un orario preciso. Nella realtà non è così che avviene…

«A volte le regole a cui i bambini sono sottoposti hanno più a che fare con le esigenze degli adulti che con le proprie. È inevitabile che, in questo modo, sia difficile per i bambini
sentire la giustezza di quelle regole. Per noi adulti è più arduo di quanto sembri mettersi in ascolto del limite che i bambini, e ancor meglio le relazioni, naturalmente e
armoniosamente ci indicano. A volte, pur di rispettare le regole, dimentichiamo i valori che erano alla base delle regole stesse o i valori che ci guidano nella vita».

Tutti i genitori vorrebbero adottare i migliori metodi di educazione per formare persone di sani principi, così c’è una ricerca eccessiva di questi metodi su internet, sui libri… ma “educare” cosa rappresenta?

«Io ho il pallino del capovolgimento. Perciò mi sono interrogata spesso su questo: ma siamo sicuri che i nostri figli hanno così bisogno di essere e-ducati?

Siamo sicuri che noi genitori abbiamo tutto questo bisogno e voglia di e-ducarli?

Io ho provato a scendere dal pulpito su cui, seppur amorevolmente, gli adulti salgono per e-ducare i bambini, e a mettermi invece in una relazione franca con i bambini, stare in un rapporto autentico con loro; certo, non dimenticando le nostre differenze, come faccio con chiunque altro non sia me stessa, come faccio con il mio compagno, il mio amico o il mio genitore; ma non dando neanche per scontato che sono loro quelli che ricevono l’educazione e io quella che la promuove, o che io so come si fa a tirare fuori delle cose da loro. A volte non so nemmeno come si fa a tirarle fuori da me. Da quando sono scesa da quel pulpito, la mia vita si è arricchita enormemente. Ho potuto fare esperienza del fatto che i miei figli sono innanzitutto esseri umani: con i loro gusti, le loro preferenze, le cose che rifiutano e quelle che gradiscono; le cose che provano dentro, nel profondo, e quelle che manifestano (tra l’altro molto meglio di quanto riesca a fare io nella maggior parte dei casi); le cose che vogliono e che non vogliono. Proprio come me.

Ho scoperto che io posso imparare con loro, grazie all’interazione con loro. I miei figli mi dicono delle cose che mi fanno fermare, riflettere, che arrestano le mie azioni e i miei pensieri dall’essere automatici, senza intenzione, o con l’intenzione non appropriata alla situazione».

Domenica Debora Stenta a Palermo per un workshop… su cosa si concentrerà?

«Il workshop “Ascolto e presenza nella comunicazione” è un incontro di apprendimento esperienziale dedicato prevalentemente ad affinare (e ridurre) la pratica del parlare e imparare l’arte dell’ascolto. Proporrò esercizi, giochi e attività per praticare quali possono essere modi di comunicare che aiutano a creare un contatto profondo e rispettoso.

L’ascolto non è solo silenzio e il silenzio non è solo assenza di parole.

E anche quando parliamo, parlare è solo un piccolo spicchio della comunicazione, la cui grandezza risiede di nuovo nell’ascolto.

Mancare nell’ascolto impoverisce le relazioni, fino a deteriorarle, e può succedere di arrivare a sentirsi incompresi e incapaci di raggiungere l’altro.

Come dice Carl Rogers, “quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene. Quando sei stato ascoltato e udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo ed andare avanti. È sorprendente il modo in cui problemi che sembravano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ascolta. Quando si viene ascoltati ed intesi, situazioni confuse che sembravano irrimediabili si trasformano in ruscelli che scorrono relativamente limpidi”».

Lucia Porracciolo
Lucia Porracciolo

Laureata in Scienze della comunicazione, fissata con il giornalismo e con i profumi. Da qualche anno mamma di Ester e di Clarissa. Dopo un’esperienza di stage a Tv 2000, e dopo aver lavorato per anni alle Acli a Roma, ho deciso di tornare in Sicilia. Nel 2012 mi sono trasferita a Palermo dove collaboro con Tele Giornale di Sicilia e Giornale di Sicilia. Qui ho conosciuto l'amore della mia vita, Sli, oggi mio marito. Papà stupendo. Quando si diventa genitori si scoprono le priorità della vita, il dono e la magia di vivere e far vivere.

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